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100 ODISSEA

500limosinando ai Proci, perché la miseria lo preme:
doni gli fan tutti quanti, ricolma gli fan la bisaccia:
e Antinoo lo sgabello gli tira, gli offende la spalla!»
     Dunque, Penelope andava parlando cosí fra le ancelle,
nella sua stanza, mentre pranzava lo scaltro suo sposo.
505E allora ella chiamò il fido porcaro, e gli disse:
«Muòviti, Eumèo fedele, su’, récati dallo straniero,
digli che venga qui: ch’io vo’ salutarlo; e d’Ulisse
chieder gli voglio, di quel poveretto, se mai l’ha veduto,
se mai ne udí novelle: ché par ch’abbia molto girato».
     510E a lei, fedele Eumèo, rispondevi con queste parole:
«Deh!, se cosí, regina, sapessero i Proci tacere!
T’incanterebbe il cuore, se udissi ciò ch’egli racconta:
ché per tre notti lo tenni con me, l’ospitai per tre giorni
nella capanna mia: ché a me primo naufrago giunse.
515Ma delle sue sventure non valse a finire il racconto.
Come allorché fissi gli occhi si tengono sopra un cantore,
che apprese i dolci versi dai Numi, e li canta ai mortali,
cosí molceami quegli, finché restò sotto il mio tetto.
Ospite dice ch’egli è d’Ulisse da parte del padre,
520che la sua casa è in Creta, dov’è di Minosse la stirpe;
e qui da Creta giunse, trafitto da molti dolori,
spinto di luogo in luogo. Qui presso dice ei che d’Ulisse
udí parlar, nel ricco paese dei Tèsproti: dice
che vive, e assai ricchezze recando, ritorna alla patria».
     525E a lui queste parole rispose Penelope scaltra:
«Va’ dunque, chiamalo qui, ché possa egli stesso parlarmi.
Scialino intanto quelli, seduti dinanzi alle porte,
oppur qui dentro casa. Per essi è perenne allegria:
ché nelle case loro rimangono intatti i lor beni,