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CANTO XVII 97

V
CANTO XVII 97
colma gli fér la bisaccia. E Ulisse di già s‘apprestava
a ritornar sulla soglia, dei Proci a gustare i presenti;
ma presso Antinoo stette, gli volse Cosí la parola: ’
«Fammi il tuo dono, o caro: ché tu degli Achivi il peggiore
non sembri, anzi il migliore: ché hai d’un sovrane’ l’aspetto;
e deve esser per questo piú largo il tuo dono di cibo;
ed io le lodi tue canterò per l’illimite terra.
Uomo tra gli uomini, anch’io vivevo una volta felice
in una casa opulenta; né mai rifiutavo il mio dono
ai peregrini, chiunque venisse, checché gli occorresse.
Migliaia avevo allora di servi, ed ogni altra sostanza
di cui vivon le genti, per cui d’opulenza hanno fama.
Ma mi percosse, Cosí gli piacque, il figliuolo di Crono,
che coi pirati errabondi mi spinse a recarmi in Egitto,
lungo viaggio, perché vi dovessi trovar la rovina.
Ed alle rive fissai del Nilo le navi ricurve.
Ordini diedi allora perché qui, vicino alle navi,
i miei compagni cari restassero a buona custodia.
Esploratori quindi mandai su le alture; ma quelli
porre alle brame loro rapaci non seppero freno,
anzi tosto alle genti d’Egitto i bellissimi campi
misero a sacco, le donne rapirono e i pargoli infanti,
diedero agli uomini morte. Ben presto ne giunse la fama
alla città. Come udiron le grida, sul fare dell’alba,
corsero; e tutto il piano s’empi di cavalli e di fanti,
di sfolgorii di bronzo. Qui Giove che i folgori avventa,
vituperosa inflisse disfatta ai compagni: ché niuno
far fronte osò; né via s’apri di schivare il flagello.
Molti di noi trafitti qui cadder dal bronzo affilalo;
altri li presero vivi, che li rimanessero schiavi:
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