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14 ODISSEA

Cosí disse; e partí la Diva dagli occhi azzurrini.
Volò, ché forma assunse d’augello; e a Telemaco in seno
forza e fiducia ispirò, piú vivo il ricordo gli rese
del padre suo, che prima non fosse; e fra sé ripensando,
pieno fu di stupore: ché intese che quello era un Nume.
E subito tornò quel giovin divino fra i Proci.
     Stava l’insigne vate fra i proci cantando; e in silenzio
quelli ascoltavan seduti. Cantava il ritorno che Atena
Pallade inflisse agli Achivi, da Troia, funesto di lutti.
Ed ecco, udí dall’alto la voce divina del vate
d’Inaco la figliuola, Penèlope piena di senno,
e dalle stanze eccelse discese dell’alto palagio,
sola non già, ché due seguivano ancelle i suoi passi.
E poi che quella donna divina fu giunta fra i Proci,
stie’ de l’adorna sala vicino ai pilastri, alla soglia,
schermo facendo alle guance del morbido velo; e le ancelle
modeste accanto a lei restarono, a entrambi i suoi fianchi.
E lagrimando, cosí prese a dire al cantore divino:
«Femio, tu sai molte altre lusinghe dei cuori mortali,
d’uomini gesta e di Numi, che sogliono i vati cantare.
Prendi a cantare qualcuna di queste; e costoro in silenzio
t’odano, vino bevendo; ma questa canzone di lutto
lascia, che sempre a me nel seno profondo il mio cuore
strugge, perché su me questa funebre doglia ricade,
poiché d’un uomo tale m’angustia la brama e il ricordo,
di cui la fama vola per l’Ellade tutta e per Argo».
     E a lei queste parole Telemaco scaltro rispose:
«O madre mia, perché contendere al dolce poeta
ch’egli ivi canti, dove la mente lo spinge? I poeti