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CANTO XII 241

sovra la testa il pilota colpi: scricchiolarono l’ossa
tutte, a quel colpo, del cranio; ed ei, quasi un ttfffo facesse,
giú da coperta piombò, che restò senza spirito il corpo.
Giove in quella tonò, percosse col fulmine il legno;
e questo mulinò, colpito dal folgore, e tutto
si riempi di solfo: piombarono in mare i compagni,
e, trascinati dai gorghi, giravano attorno alla nave,
come cornacchie; e un Dio negò che tornassero a bordo,
lo per la nave qua e là correvo, sin quando un maroso
via dalla chiglia le coste divelse; e la chiglia spogliata
travolse un flutto; e abbatté sovr’essa l’albero, e a questo
era la gómena attorta, tagliata dal cuoio d’un bove.
Con questa entrambi avvinsi, la chiglia con l’albero, sopra
mi vi sedetti; e via mi rapirono i venti funesti.
     Quivi Zefiro allora cessò di spirar la procella;
ma sopraggiunse Noto veloce a recarmi travaglio,
si ch’io dovessi ancora passare dinanzi a Cariddi.
Fui trascinato per tutta la notte; ed al sorger del sole
giunsi di nuovo alla rupe di Scilla e all’orrenda Cariddi.
Essa inghiottiva allora i flutti salmastri del mare.
Io con un lancio in alto raggiunsi il gran caprifico.
Qui, come un pipistrello, ghermito restai; né sui piedi
dato mi fu sicuro poggiarmi, né ascender piú alto:
ché mi tenean le radici lontan dalla rupe, e troppo alti
erano i rami lunghi massicci che ombravan Cariddi.
Tenacemente cosí mi tenevo avvinghiato, aspettando
che riversasse Cariddi la chiglia con l’albero. E infine
giunsero a me. Nell’ora che il giudice lascia la piazza
dove ha deciso sui piati di molli, e alla cena s’avvia,
ecco, due travi alfine dal gorgo sbucar di Cariddi.