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CANTO XII 239

Onde, afferrate le belle giovenche del Sol, le piú grasse,
di li presso — perché non lungi a le cenile navi
pascean, lucide belle, le vacche dall’ampia cervice —
postele in gruppo, volte preghiere ai Beati Celesti,
tenere foglie alla vetta reciser di quercia fronzuta,
poiché bianco orzo non era nei fianchi dell’agile nave.
Quando ebber poi pregato, sgozzate, scoiate le vacche,
scarnificaron le cosce, le avvolsero d’adipe a doppio,
sopra vi posero brani di carne che sangue gemeva.
Né per libar su le offerte che ardevano c’era vin pretto;
ma le spruzzarono d’acqua, l’entragne arrostirono tutte.
E poi ch’ebber bruciate le cosce, pasciute l’entragne,
il resto, fatto a pezzi, confissero dentro gli spiedi.
     Dalle mie ciglia in quel punto partiva il soave sopore;
onde a la nave feci ritorno e a la spiaggia del mare.
Ma, quando giunto era già vicino alla rapida nave,
ecco, m’avvolse tutto d’omento bruciato un profumo:
onde mi volsi, con alto lamento, ai Signori del cielo:
«Giove padre, e voi tutti. Celesti ch’eterni vivete,
per la sventura mia m’immergeste nel sonno funesto,
ed i compagni intanto commiser l’orrendo misfatto!»
Nunzia frattanto giungeva Lampètia dal peplo elegante
velocemente al Sole, che uccise avevam le giovenche.
E corrucciato il Sole cosí favellava ai Celesti:
«Giove padre, e voi tutti. Celesti ch’eterni vivete,
punite ora i compagni d’Ulisse figliuol di Laerte:
empi, che posero a morte le vacche onde avevo io diletto
quando io mi dipartivo dalla terra agli astri del cielo,
e quando poi dal cielo scendevo di nuovo alla terra.