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CANTO XII 237

a prora; ché di qui m’aspettavo che pria dalle rupi
Scilla apparisse, che scempio dovevami far dei compagni.
Ma non potei vederla, ma invano stancai le pupille
nella nebbiosa rupe figgendo per tutto lo sguardo.
     Navigavamo dunque cosí quello stretto, gemendo,
ché da una parte era Scilla, dall’altra la diva Cariddi
con gran frastuono l’acque salmastre del mare inghiottiva.
Quando vomiale, come caldaia sovresso un gran fuoco,
tutta con gran turbinio gorgogliava; e su alta la schiuma
sino all’eccelsa vetta d’entrambe le rupi scagliava;
ma quando Tacque poi salmastre di nuovo inghiottiva,
tutta al di dentro appariva sconvolta, e la roccia d’intorno
levava orrendo mugghio, la terra appariva nel fondo
bruna di sabbia. Terrore sbiancò tutti in viso i compagni.
Noi guardavamo Cariddi, temendo l’estrema rovina,
quando, d’un tratto, Scilla dal concavo legno mi tolse
sei dei compagni, quelli che aveano piú forza e piú cuore;
i lor piedi e le mani già in alto vidi io: ché per T aria
li sollevava il mostro. Levaron la voce a chiamarmi:
ché mi chiamarono a nome, sgomenti per l’ultima volta.
Come allorché da una rupe, con una lunghissima canna,
il pescatore T esca prepara pei pesci minuti,
e getta in mare il corno d’un bove selvatico; e quando
uno n’ ha preso, fuori del mare lo gitta che guizza:
cosi per l’erta rupe su tratti, guizzavano quelli.
E li vorò su la bocca dell’antro, che alzavano grida,
che a me, nella iattura mortale, ter.devan le mani.
Questo, fra quanti travagli patii, ricercando le strade
del mare, fu lo scempio piú orrendo che vider queBli occhi.
     Ora, sfuggito che avemmo lo scoglio di Scilla, e Cariddi,