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CANTO XII 235

senza piú soffio di vento, sopir fece un dèmone i Butti,
Sursero i miei compagni, le vele calarono allora,
ed al naviglio in fondo le posero: e ai remi seduti,
coi levigati abeti facevano bianchi i marosi.
Con l’affilata spada di bronzo un gran disco di cera
allora io sminuzzai, la plasmai con mano gagliarda.
Calda la cera tosto divenne, pel grande mio sforzo,
e per i raggi del sire figliuol d’Iperione, del Sole:
ed uno ad uno, ai miei compagni le orecchie rempiei.
Essi le mani allora mi strinsero insieme ed i piedi;
poscia, con funi, a ridosso mi strinser dell’albero; ed essi,
seduti ai banchi, il mare spumoso battevan coi remi.
Ma quando poi, vogando di lena, giungemmo vicino
quanto è d’un uomo il grido, le Sirene videro il legno
che s’accostava; e la voce canora spiegarono al canto:
«Vieni qui dunque, Ulisse famoso, fulgor degli Achivi:
ferma la nave, ché udire tu possa la nostra canzone:
poi che nessuno passò qui oltre col cerulo legno,
pria che dal nostro labbro udisse il mellifluo canto:
lieto chi l’ode, e ricco di molta scienza poi parte:
poi che sappiamo tutto, sappiam ciò che Achivi e Troiani
fecer nell’ampia Troia, pel sommo volere dei Numi:
tutto che avvien su la terra di popoli altrice sappiamo».
     Questo, levando la voce soave, dicevano; e il cuore
mi si struggeva di brama, coi cigli imponevo ai compagni
che mi sciogliesser dai lacci; ma quelli sforzavano i remi.
Anzi, saltarono su Perimède ed Euríloco, e tanto
piú, con doppi legami m’avvinsero all’albero stretto.
Solo quando oltre già passati eravamo, e la voce
delle Sirene piú non si udiva, né il canto, la cera