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CANTO XI 219

«O di Laerte figlio divino, scaltrissimo Ulisse,
misero te, quale impresa piú audace potevi tentare?
Come sei sceso all’Averno dove hanno dimora i defunti
privi di mente, vane parvenze di tristi mortali?»
     Cosí mi disse; ed io con queste parole risposi:
«Achille, o di Pelèo figliuolo, o il maggior tra gli Achivi,
venni per consultare Tiresia, se a volte un consiglio
mi desse, ond’io potessi tornarmene in Itaca alpestre:
ché ancor presso all Acaia non sono arrivato, né giunto
alla mia terra; ma sempre mi trovo fra i triboli. O Achille,
niuno fra noi di te piú felice, né in vita, né in morte.
Perché quando eri vivo, qual Nume ti abbiamo onorato,
quanti eravamo Argivi. Defunto, pur qui tra i defunti
sei grande. E dunque, Achille, se morto pur sei, non crucciarti».
     Cosí dissi. Egli a me rispose con queste parole:
«Non mi volere, Ulisse divino, lodare la morte:
vorrei, sopra la terra vivendo, esser servo d’un altro,
d’un uom privo di beni, che anch’egli stentasse la vita,
piuttosto che regnare su tutta la turba dei morti.
Ma dimmi una parola, su via, del mio figlio gagliardo,
se tuttavia si lancia per primo dove arde la pugna,
o se caduto è già. Di Pelèo senza macchia, se sai,
parlami, se dei forti Mirmidoni regge le schiere,
o se l’onor sovrano gli negano in Ellade e in Ftia,
perché già la vecchiaia le mani ed i piedi gli fiacca.
Deh!, se potessi, alla luce del sole volargli in soccorso,
tal nelle forze, quale per l’ampie contrade di Troia
il fiore dei guerrieri prostravo, in aiuto agli Argivi!
Se tale, anche un istante, tornassi alla casa paterna.