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216 ODISSEA

c’è l’ora di far lunghi discorsi, e c’è l’ora del sonno.
Se i miei racconti ancora desideri udir, non rifiuto
di raccontarti i miei cordogli, e i cordogli maggiori
dei miei compagni, quanti piú tardi trovaron la morte,
che nelle crude battaglie di Troia rimasero salvi,
e nel ritorno li spense la trama di perfida donna.
     Dunque, dopo che l’alme di tante eroine, disperse
ebbe chi qua chi là Persèfone, Dea veneranda,
l’anima si mostrò d’Agamènnone figlio d’Atrèo,
tutta crucciosa; e intorno l’altre anime gli erano strette
che nella casa d’Egisto trovarono il fato di morte.
Súbito mi conobbe, poi ch’ebbe bevuto del sangue:
acutamente gemè, versando gran copia di pianto,
e stese a me le braccia, bramoso di stringermi al cuore;
ma poi non era in lui la forza, non era il vigore
che nelle membra sue pieghevoli un giorno era stato.
E colmo di pietà fu il mio cuore, vedendolo; e piansi,
e mi rivolsi a lui col volo di queste parole:
«Sire di genti, Agamènnone. illustre figliuolo d’Atrèo,
quale t’ha mai prostrato destino di sorte funesta?
Sopra le navi forse t’uccise il Signore del mare,
di furiosi venti levando un’immane procella,
oppur sopra la terra t’uccisero genti nemiche,
mentre giovenchi rapivi, fiorenti di pecore greggi?
O per la tua città, per le donne tue combattevi?»
     Cosí gli dissi: ed egli con queste parole rispose:
«O di Laerte figlio divino, scaltrissimo Ulisse,
non già sopra le navi m’uccise il signore del mare,
di furiosi venti levando un’immane procella;
bensí m’apparecchiò la sorte fatale, e m’uccise