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176 ODISSEA

pur fra gli spasimi orribili, andava palpando sul dorso
tutti al passaggio i montoni, via via; né s’accorse, lo sciocco,
ch’erano i miei compagni legati alle pance villose.
Ultimò venne di tutta la gregge, l’ariete; ché impaccio
gli era il suo vello: ché appeso io v’ero, con palpito grande.
     E Polifemo possente, cosí, palpandolo, disse:
«Pigro montone, com’è che ti lanci per ultimo fuori
della caverna? Sinora tu indietro restar non solevi,
anzi tu, primo primo di tutti, il fior molle de l’erba
a pascolare, a gran salti, correvi, tu primo giungevi
alle correnti dei fiumi, tu a vespero primo bramavi
fare alle stalle ritorno. Ed ora sei l’ultimo. Piangi
l’occhio del tuo signore? Ridotto m’ha cieco un infame,
coi suoi compagni tristi, che il senno mi tolse col vino:
Nessuno. Ah!, ma di certo l’aspetta una fine funesta.
Deh!, se il mio sentimento tu avessi, e potessi parlare,
dirmi ove s’è nascosto quell’uomo, a sfuggir la mia furia!
Gli vorrei dare un tal picchio, che il suo cervello per l’antro
schizzasse a terra qua e là! Che gran sollievo sarebbe
dei mali che Nessuno mi diede, quest’uomo da nulla!»
     Disse, e lasciò passare l’ariete all’aperto. Ed appena
fummo lontani un tratto cosí dal recinto e dall’antro,
prima mi distaccai dall’ariete, e sciolsi i compagni;
poscia le pingui greggi dalle agili gambe spingemmo
velocemente, con molti rigiri, e giungemmo alla nave.
Ben s’allegrarono, quando ci videro, i cari compagni,
che dalla morte eravamo scampati; e piangevan gli estinti.
Ma non permisi — ed un cenno bastò della testa — che sfogo
dessero al pianto; e ordinai che presto le greggi lanose
sopra la nave gittassero, e presto pigliassero il largo.