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CANTO IX 167

tutti i compagni insieme raccolsi, e cosí dissi a loro:
«Voi rimanete qui nell’isola, o cari compagni:
io con la nave mia. coi miei compagni di nave,
vado a cercar notizie, che uomini mai sono quelli,
se prepotenti, e senza giustizia, e selvatici, oppure
sono ospitali, e in cuore albergan rispetto dei Numi».
     Detto cosí, salii su la nave, ed ingiunsi ai compagni
ch’entro salissero anch’essi, sciogliesser le gómene a poppa.
Súbito quelli salirono; e a schiera seduti sui banchi,
spumar faceano Tacque del mare col tuffo dei remi.
Come alla terra poi giungemmo, che poco distava,
qui, su l’estrema spiaggia, vedemmo una cava spelonca,
presso ai frangenti, eccelsa, di lauri coperta. E qui, tante
greggi dormian, di capre, di pecore; e intorno, un recinto
era costrutto, alto alto, di massi confitti nel suolo,
di pini grandi grandi, di querce d’eccelso fogliame.
Quivi abitava un mostro feroce, che i greggi pasceva,
solo, in disparte da tutti, perché non andava con gli altri,
ma se ne stava da solo, né avea pure idea di giustizia.
Era, a vederlo, un portento tremendo: ché già non sembrava
uomo che cibi pane, ma picco tutto irto di selve,
che sopra tutti gli altri si levi in un giogo di monti.
     Ordine agli altri miei diletti compagni io qui diedi
che rimanessero presso la nave, per farle la guardia.
Dodici quindi, i migliori, che meco venissero, scelti,
mossi; e in un otre di becco recavo un purpureo vino,
dolce, che diede a me Marone, figliuolo d’Evanto,
d’Apollo sacerdote, che in Ismaro aveva dimora.
Noi rispettammo, salvammo la sua consorte ed il figlio:
ch’esso abitava nel bosco fronzuto d’Apòlline Febo;