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CANTO VII 129

nel governare le navi veloci sul pelago, tanto
valgon le donne al telaio: ché dono fu insigne d’Atena
esperte essere in opre bellissime, e aver dritto sennò.
     E un gran giardino è presso le porte dell’ampio cortile,
di quattro iugeri; e tutto d’intorno vi corre un recinto;
e quivi alberi grandi verdeggiano, sempre in rigoglio:
e peri, e melograni, e meli dai floridi frutti,
e fichi tutti dolci, e ulivi gremiti di bacche.
Mai da questi alberi il frutto non cade né viene a mancare,
d’inverno né d’estate; ché sempre vi dura; e perenne
Zefiro spira, e alcuni fa nascere, ed altri matura:
sopra la pera invecchia la pera, il pomo sul pomo,
e ogni altro frutto: sul grappolo il grappolo, il fico sul fico.
Ed una vigna è qui piantata, coi grappoli fitti,
onde una parte, già spiccati, appassiscono al sole,
sovra uno spiazzo aprico: piú lungi ne fanno vendemmia:
altri li stanno pigiando: piú oltre, racimoli verdi
gittano appena il fiore, mentre altri divengono neri.
E ben disposte aiuole vicino all’estremo filare
crescono, e danno perenne fulgore di fior d’ogni specie.
E sgorgan due fontane, che l’una per tutto il giardino
spandesi, e l’altra corre traverso il cortile alla soglia
sino all’eccelsa casa. Da questa acqua attinge la gente.
Questi ad Alcinoo doni stupendi concessero i Numi.
     Quivi fermatosi, Ulisse tenace divino, ammirava.
E poi che d’ammirare tutta ebbe saziata la brama,
rapidamente varcò la soglia, ed entrò nella casa.
Ed i signori trovò dei Feaci che guidan le genti,
mentre libavano al Nume che scorge da lungi, argicida:
l’ultima coppa a questo libavano, prima del sonno.