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CANTO XII 117

mi trascinarono, tutto quel tempo, dall’isola Ogigia,
flutti d’irose procelle. Qui un dèmone adesso mi spinge,
perché nuove sciagure sopporti anche qui: ché non credo
siano finite; ma molte tuttor me ne serbano i Numi.
Abbi pietà. Signora, di me. Dopo tanti travagli
tu sei la prima che incontro, nessuno ho pur visto degli altri
abitatori di questa città, di questa contrada.
Mostrami, via, la città, dammi un cencio, ch’io possa coprirmi,
se, qui venendo, un panno recavi da involger le vesti.
E ti concedan gli Dei tutto ciò che vagheggia il tuo cuore,
sposo ti diano e casa, ti diano la dolce concordia:
ché non c’è cosa al mondo migliore, piú degna di questa,
quando lo sposo e la sposa governan la casa d’accordo,
con un volere medesimo; assai se ne crucciano i tristi,
ma se ne allegrano i buoni, ma essi n’acquistano fama».
     E gli rispose cosí Nausica dal candido braccio:
«O straniero, davvero né tristo tu sembri né stolto;
ma la felicità partisce fra gli uomini Giove
sire d’Olimpo, a chi piú gli piace; ora al buono, ora al tristo.
A te diede cordogli, cordogli tu devi patire.
Ma or che in questa terra, che in questa città sei pur giunto,
a te non mancheranno né vesti, né nulla di quanto
porger conviene ad un misero, oppresso dai mali, che prega.
Ti mostrerò la città, saprai quale nome han le genti.
Di questo suolo, di questa città son signori i Feaci;
e la figliuola io sono d’Alcinoo magnanimo cuore,
che dei gagliardi animosi Feaci le sorti governa».
     Disse; e la voce levò per chiamare le ancelle vezzose:
«State un po’ ferme! Cosí fuggite alla vista d’un uomo?
Immaginate forse ch’ei nutra sinistri pensieri?