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CANTO XII 115

belle son tutte, ma quella fra tutte di súbito scerni:
tale fra tutte le ancelle brillava la vergine pura.
     Ma quando poi Nausica di già s’apprestava al‘ritorno,
già ripiegate aveva le vesti, aggiogate le mule,
altro rivolse in mente la diva occhicerula Atena,
perché, ridesto, Ulisse vedesse la vergine bella,
che la città dei Feaci potesse indicargli. La palla
verso un’ancella, dunque, gittò la regina; ma il colpo
fu mal diretto: e la palla piombò giú nei vortici fondi.
Esse un altissimo grido levarono; e Ulisse fu desto.
E si sedette: e in mente gli errarono questi pensieri:
«Povero me! Di che gente sarò capitato al paese?
Forse feroci selvaggi saranno, nemici del giusto,
od ospitali, e avranno l’ossequio dei Numi nel cuore?
Giunto all’orecchio m’è di femmine un grido: fanciulle
sembrano: son di certo vicino ad un luogo abitato.
Via, converrà ch’io stesso mi muova, per esserne certo».
     Disse. Ed emerse Ulisse divino di sotto ai cespugli;
e da la fitta macchia divelto con mano gagliarda
tutto fronzuto un virgulto, celò le vergogne: indi mosse,
pari a leone sui monti nutrito, che forte e sicuro
contro la pioggia e il vento si lancia, e son gli occhi una bragia,
e si precipita sopra le pecore, sopra i giovenchi,
sopra i selvaggi cervi; e infine lo spinge la fame
a insidiar le greggi fin dentro le case sbarrate:
similemente Ulisse, fra tante leggiadre fanciulle
si presentò, cosí nudo com’era; ma farlo era d’uopo.
     Orrido apparve ad esse, bruttato cosí di salmastro;
e sbigottite si sperser chi qua chi là per la spiaggia.