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112 ODISSEA

Ma come un soffio di vento la Diva balzò sul giaciglio
della fanciulla, sul capo le stette, le prese a parlare,
pari in sembianze alla figlia del prode nocchiere Dinanto,
ch’era fanciulla a lei pari negli anni, e diletta al suo cuore.
Simile a questa in sembianze, la Diva occhicerula disse:
«Dunque, cosí negligente, Nausica, tua madre t’ha fatta?
Stanno buttate li senza cura le belle tue vesti,
e son vicine le nozze per te, quando tu belle vesti
devi indossare, e a quelli donarne che a te fanno scorta:
poi che da queste larghezze si forma la fama onorata
presso le genti, e il padre s’allegra e la nobile madre.
Dunque rechiamoci, appena sarà sorta l’alba, a lavare,
lo ti sarò nel lavoro compagna, ché tu lo fornisca
prima che possa: ché a lungo fanciulla tu già non rimani.
Quanti piú prodi vanta l’accolta di tutti i Feaci,
dove tu pure sei nota, già sposa ti cercano a gara.
Presto, via, prega tuo padre, che prima che sorga l’Aurora
faccia attaccare ad un carro due muli che portin le vesti,
portin le cinte, i mantelli, le variopinte coperte.
E meglio anche è per te che vada cosí, non a piedi,
ché molto son distanti da questa città le fontane».
     Disse. E all’Olimpo tornò la Diva dagli occhi azzurrini,
dove solida, eterna, raccontano, sorge la sede
degl’Immortali, né vento la scrolla, né pioggia la bagna,
né la cosperge neve, ma l’ètere sempre si stende
senza una nube, ma sempre vi brilla una limpida luce.
Quivi in perenne diletto s’allegrano i Numi beati:
quivi, poi ch’ebbe parlato, la Diva occhicerula ascese.
     Ecco, ed Aurora balzò dal trono suo bello; e dal sonno
scosse Nausica, che molto stupí del suo sogno; e, levata.