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106 ODISSEA

fuggo dal mare. Rispetto pure essi i Celesti immortali
portano all’uom, quale ei sia, che giunga errabondo, come io
giungo ora a te, dopo tanti travagli, e ai tuoi piedi mi prostro.
Abbi pietà, signore, di me: ché a te supplice giungo».
     Disse; ed il Nume il suo gorgo frenò, la corrente rattenne
súbito, innanzi gli fece bonaccia, ed in fretta lo trasse
presso le foci del fiume: ed egli piombò sui ginocchi,
sopra le valide palme: tanto era dal mare fiaccato.
Tutto era gonfio il suo corpo: giú giú da la bocca e le nari,
l’acqua sgorgava a gran fiotti; e senza favella né fiato,
senza piú moto giaceva, prostrato da immane stanchezza.
Poscia, quando ebbe il fiato ripreso, e lo spirito in cuore
fu ritornato, la benda disciolse da sé de la Diva,
e la gittò nei gorghi, che al mare correvan, del fiume.
Per la corrente di nuovo la trasse un gran vortice; ed Ino
súbito l’ebbe ripresa. E Ulisse, scampato dal fiume,
entro un giuncheto piegò le ginocchia, baciò le feraci
zolle, e, crucciato, rivolse tai detti al magnanimo cuore:
«Ahimè, che mai farò? Quale orribile sorte m’attende?
Se su la riva del fiume la notte vegliando io trascorro,
certo la brina maligna, insieme, e la fradicia guazza
abbatteranno il mio spirito oppresso dal grave travaglio:
ché sul mattino, dal fiume si leva una gelida brezza.
Ove poi l’argine io salga, se dentro l’ombrosa boscaglia
voglio assopirmi, fra i densi cespugli, se pur mi risparmia
freddo e stanchezza, e il sonno soave su me sopraggiunge,
temo ch’io debba finire ludibrio alle fiere voraci».
     Poi, riflettendo, questo gli parve il partito migliore.
S’incamminò verso il bosco, che sopra un’altura sorgeva
presso alla ripa; e trovò riparo entro un doppio cespuglio