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96 ODISSEA

     Dette queste parole, parti l’Argicida gagliardo.
E la divina Ninfa, poiché del figliuolo di Crono
udito ebbe il comando, si volse a cercare l’eroe.
E lo trovò che sedeva sovressa la spiaggia; né gli occhi
erano asciutti mai di pianto, e struggea la sua vita
desiderando il ritorno; ché cara non gli era la Ninfa.
Le notti si, nella cava spelonca, costrettovi a forza,
presso Calipso bramosa, soleva giacer senza brama;
ma su le rocce andava di giorno a seder, su la spiaggia,
e per lo sterile ponto spingeva lo sguardo, e piangeva.
Standogli presso, cosí gli parlò la divina Signora:
«O sciagurato, non starmi qui a piangere, a struggerti il cuore
ch’io di buon grado, infine, ti lascio tornare alla patria.
Taglia, su via, grossi tronchi, compagina a colpi di scure
una gran zattera, e sopra conficcaci coste ben alte,
si che ti possa portare sovresso il ceruleo mare.
Dentro ti ci porrò pane, acqua e purpureo vino,
quanto ti basti a nutrirti, che tu non patisca la fame;
e poi ti coprirò di vesti; ed un prospero soffio
dietro ti spirerò, si che tu torni illeso a la patria,
se ciò vogliono i Numi che reggono il cielo profondo,
che sono piú possenti di me nel volere e nel fare».
     Disse. Ed un gelo corse le vene ad Ulisse divino:
schiuse a rispondere il labbro, parlò queste alate parole:
«Altro tu mediti, o Dea, non già ch’io ritorni, se imponi
che l’infinito mare io sopra una zattera varchi,
l’orrido immane gorgo, che sino le navi perfette
prore veloci arresta, se pur soffia prospera brezza:
contro tua voglia mai non sarà ch’io la zattera ascenda,