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CANTO V 95

     Disse cosí. Corse un gelo per l’ossa a Calipso divina:
schiuse a rispondere il labbro, parlò queste alate parole:
«Tristi voi Numi siete, siete invidi, come niun altri,
che contendete alle Dive che giacciano presso ai «ortali
palesemente, se alcuna s’elesse un diletto consorte.
Fu pur cosí quando Aurora, la dita di rose, a Orione
volse lo sguardo. Voi Numi, cui facile è tanto la vita,
l’invidiaste, sinché coi suoi dardi fatali in Ortigia
Artemide la pura non l’ebbe colpito ed ucciso.
Fu pur cosí quando Cerere, chioma leggiadra, cedendo
alla sua brama, nel letto d’amore s’uni con Giasone
nella feconda maggese. Né ignota la cosa fu a Giove,
che sovra lui scagliò la folgore ardente, e l’uccise.
E cosi. Numi, ora invidia m’avete, che ho meco un mortale.
Io lo salvai, che soletto qui giunse, inforcando una trave,
poi che la rapida nave, lanciando la folgore ardente,
Giove fenduta gli aveva per mezzo al purpureo ponto.
Io lo nutrivo, io l’amavo, io fatta gli avevo promessa
che sarà fatto immortale, che immune sarà da vecchiezza.
Ma se possibil non è che un altro dei Numi contrasti
la volontà de l’egioco Giove, né vana la renda,
vada pur via, se quegli comanda, se quegli lo spinge,
sovra lo sterile mare; ma io rimandarlo non posso:
poi che non ho navigli forniti di remi, o nocchieri
che trasportare lo possan su l’ampia distesa del mare.
Ben lo potrò di consigli giovare, dicendogli il modo
ch’ei senza danno possa tornare alla patria sua terra».
     E le rispose cosí l’Argicida che l’anime guida:
«Dunque licenzialo, ed abbi rispetto al volere di Giove,
che non si debba poi corrucciare, e colpirti il suo sdegno».