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CANTO IV 65


Stanza data gli avrei nell’Argolide, estrutta la reggia,
d’Itaca fatto venire lo avrei coi suoi beni e col figlio
e le sue genti tutte, vuotando a tale uopo qualcuna
delle città che sorgono intorno, soggette al mio scettro.
Comuni avremmo avute le terre e la vita; ché nulla
avrebbe mai divisa la nostra amicizia gioconda,
prima che noi cingesse la nuvola negra di morte.
Ma forse a questa sorte si oppose il medesimo Iddio
che quel tapino, lui soltanto, privò del ritorno».
Disse: ed in tutti cosí suscitò desiderio di pianto.
Piangeva Elena argiva, figliuola di Giove; piangeva
Telemaco, piangeva il figlio d’Atrèo, Menelao;
né di Nestore il figlio serbò senza lagrime gli occhi,
ché del perfetto Antiloco in cuore gli surse il ricordo,
cui de la fulgida Aurora trafisse il mirabile figlio.
Di lui pensando, queste parole veloci diceva:
«Atride, te di senno prestante fra tutti i mortali,
quando di te si parlava, proclamava Nestore antico.
Ascolto ora a me dà, se pure è possibile. Il pianto
dopo il banchetto, a me non piace. Verrà pur l’Aurora
che mattiniera si leva, per piangere. Ed io non rimbrotto
che alcuno pianga un uomo domato dal fato di morte:
ché questo solo onore si rende ai mortali defunti,
recidere le chiome, bagnare di pianto le gote.
Un fratello anche a me fu spento; né l’ultimo egli era,
degli Argivi: tu devi conoscerlo: io mai non lo vidi,
né seco fui; ma dicono ch’ei sovra gli altri eccellesse:
Antiloco, veloce nel corso, e gagliardo alla pugna».
     E Menelao chioma bionda con queste parole rispose:
«Caro, davvero hai parlato cosí come un uomo di senno