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50 ODISSEA


Cosí parlava; e il sole disparve, la tenebra scese.
E cosí allora Atena, la Diva occhiglaüca disse:
«Vecchio, queste parole ch’ài dette, son certo opportune.
Ora, su via, tagliate le lingue, ed il vino mescete,
perché, libato al re Posídone e agli altri Celesti,
pensiamo anche al riposo: ché tempo è oramai di riposo.
Sotto la tenebra è già fuggita la luce; e piú a lungo
non ci conviene alla mensa dei Numi seder, ma tornare».
     Disse cosí la figlia di Giove; e seguirono quelli
l’invito suo. Gli araldi versarono l’acqua alle mani:
di vino, sino all’orlo, colmaron le brocche i valletti,
distribuendolo a tutti. Le lingue poi misero al fuoco;
da mensa indi sorgendo, le andaron di vino a spruzzare.
Ora, poi ch’ebber libato, bevuto quant’ebbero voglia,
allora Atena, e, bello, Telemaco, al pari dei Numi,
brama mostrarono entrambi di fare alla nave ritorno.
Ma li trattenne con queste parole il signore gerenio:
«Giove con gli altri Celesti da me tale scorno allontani,
che voi da casa mia tornare dobbiate alla nave
come un mendico io fossi, che pure non abbia una veste,
non un mantello in casa, non una coperta d’avanzo,
morbida, ch’ei ci si possa coprire, o se un ospite giunga.
Molti mantelli invece son qui, molte belle coperte.
Davvero no, che il figlio d’Ulisse, d’un tale guerriero,
non dormirà, sin ch’io vivrò, sopra un banco di nave,
né, dopo me, sinché rimangano in casa i miei figli,
per ospitar chiunque verrà peregrino al mio tetto».
     E gli rispose Atena, la Diva ch’à glauche le ciglia:
«Parole, o caro vecchio, tu dici opportune; e ti deve
dare Telemaco ascolto: ché questo è il partito migliore.