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40 ODISSEA


volgi la prece a lui, ché t’abbia a parlar senza inganno.
Non ti dirà menzogna, ché troppo è fornito di senno».
   A lei queste parole rispose Telemaco scaltro.
  «Mentore, come andrò? Come dunque lo devo pregare?
Sperto io non sono punto di accorti discorsi; e vergogna
è per un giovane, quando rivolge dimande al piú vecchio».
   E a lui rispose Atena, la Diva che glauche ha le ciglia:
  «Pur qualche idea nella mente, tu stesso, Telemaco, avrai:
altre vorrà suggerirtene un Nume: ché nato e cresciuto
tu, ben mi credo, senza favore dei Numi non sei».
   E, cosí detto, mosse i piedi veloci a guidarlo,
Pallade Atena; ed egli seguí le vestigia divine.
E giunsero cosí tra i Pili seduti a convegno.
Nestore qui coi figli sedeva; e i compagni, le carni
pel desco, negli spiedi figgean, le ponevano al fuoco.
E come gli stranieri visti ebbero, accorsero tutti,
volsero ad essi saluti, sedere li fecero; e primo
fattosi presso Pisístrato, figlio di Nestore, a entrambi
strinse le mani, e presso la mensa, su morbide pelli
seder li fece, stese sovressa la sabbia del mare,
accanto al fratel suo Trasímede, accanto a suo padre.
E delle viscere parte gli offerse; e in un calice d’oro
gli mescé vino; e questo saluto rivolse ad Atena
Pallade, figlia divina di Giove che l’ègida scuote:
  «O straniero, adesso la prece a Posídone volgi,
poiché, venendo qui, giungeste al suo sacro convivio.
E poi che tu libato avrai com’è rito, e pregato,
al tuo compagno porgi la coppa di vino soave,
ch’egli anche libi; perché mi credo che anch’egli i Celesti
usi pregare: ché gli uomini han tutti bisogno dei Numi.