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ZAANDAM. 359

due lastrine quadrate dello stesso metallo, rivolte verso chi guarda, con una rosetta nel mezzo. Un’altra lastrina dorata e cesellata, una sorta di nastro metallico, legato, non so come, al cerchio, attraversa obliquamente la fronte e scende quasi fino a toccare la tempia opposta, o l’occhio, o l’intracciglio, in modo che pare un pezzo del cerchio stesso, rotto e lasciato spenzolare per negligenza o per vezzo. Due grossi spilloni confitti verticalmente all’estremità del cerchio s’alzano come due corna sopra le due ciocche di riccioli. Altri orecchini lunghissimi ciondolano alle orecchie, il collo è ornato di più giri di collane, il seno di borchie, di fermagli, di catenelle, da riempirne una vetrina di gioielliere. Tutte le donne, con leggiere differenze, sono ornate così; e son tutte bianche, rosee e vestite col medesimo cattivo gusto, in modo che uno straniero non distingue alla prima la contadina dalla signora. Non si può dir certo che quell’acconciatura del capo e quella sovrabbondanza d’ornamenti sia bella ed elegante; ma pure quei visi bianchi, in mezzo a quella trina e a quell’oro, quel misto di principesco e di campagnuolo, di opulento e di rozzo, di pomposo e d’ingenuo, ha una grazia tutta sua, che s’accorda mirabilmente coll’aria, se così può dirsi, della città, e che finisce per piacere. Anche le bambine hanno il loro diadema e le loro trine: gli uomini sono la maggior parte vestiti di nero. Bambine, poi, uomini, ragazze, donne, giovani, vecchi, hanno tutti un aspetto di gente contenta, un non so che di primitivo, di