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libro quinto 145

Spogliala, e in mar dal continente lungi
La gitta, e torci nel gittarla il volto.445
Ciò detto, e a lui l'immortal fascia data,
Rientrò, pur qual mergo, in seno al fosco
Mare ondeggiante, che su lei si chiuse.
     Pensoso resta, e in forse, il pazïente
Laerziade divino, e con se stesso,450
Raddoppiando i sospir, tal si consiglia:
Ohimè! che nuovo non mi tessa inganno
De' Sempiterni alcun, che dal mio legno
Partir m'ingiunge. Io così tosto penso
Non ubbidirgli: chè la terra, dove455
Di scampo ei m'affidò, troppo è lontana.
Ma ecco quel, che ottimo parmi: quanto
Congiunte rimarran tra lor le travi,
Non abbandonerolle, e co' disastri
Fermo io combatterò. Sciorralle il flutto?460
Porrommi a nuoto; nè veder so meglio.
     Tai cose in sè volgea, quando Nettuno
Sollevò un'onda immensa, orrenda, grave,
Di monte in guisa, e la sospinse. Come
Disperse qua e là vanno le secche465
Paglie, di cui sorgea gran mucchio in prima,
Se mai le investe un furïoso turbo,
Le tavole pel mar disperse andaro.