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238 LE ODI DI PINDARO


accogliere gl’impeti d’una ispirazione demoniaca. E tanto il brano che conoscevamo, quanto quello nuovamente restituitoci dai papiri, confermano l’implicito giudizio del poeta latino: in essi, veramente, circola un sangue piú vivido e ricco.

Viceversa, non risulta, almeno in questi due brani, una maggiore arditezza nella creazione delle parole; e quello nuovamente scoperto non appare affatto sciolto da ogni legge, anzi presenta la disposizione strofica. Per altro, rimangono fatti indiscutibili che Orazio conosceva un materiale assai maggiore del nostro, e che era competente in questioni ritmiche, per lo meno quanto i moderni. Può essere che Pindaro componesse alcuni ditirambi in ritmi liberi, ed altri in sistemi. E libero possiamo ritenere, sino a prova contraria, il bellissimo frammento che già possedevamo.

II

Papiri d’Ossirinco, XIII, 35.

È il principio del ditirambo «Ercole o Cerbero», scritto per i Tebani. Ne conoscevamo già i primi versi, strani ed interessantissimi. Pindaro parla in essi del ditirambo arcaico, e lo biasima, perché recitato dai Dorii con pronuncia non buona, e perché prolisso e strascicato. Cosi mi sembra si debba intendere l’espressione σχοινοτένετά τ' ὰοιδά, e da spiegare con la metafora analoga impiegata da Diòniso a biasimare le lungaggini d’Euripide (Rane, 1297):

Codesti canti lunghi come gomene,
a Maratona li hai pigliati? O dove?

Il séguito, restituitoci dal papiro, è una sfolgorante pittura d'una festa dionisiaca. Fu paragonata, e a ragione, all’incom-