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È del 446, durante il periodo, parrebbe, delle trattative di pace fra Atene e Sparta: è l’ultima in ordine cronologico, delle odi sopravvissute. Comincia con una invocazione alla Tranquillità, personificata, o, meglio, deificata. Essa ama la mitezza, ed aborre i tracotanti e chi cerca l’interesse proprio senza pensare al consenso degli altri (17-18), con la tracotanza (9). E contro i prepotenti Tranquillità è aspra, e li manda in rovina: cosí avvenne a Porfirione (il re dei Giganti) ed a Tifone, che furono sterminati dal folgore di Giove e dalle frecce d’Apollo (1-24).

D’Apollo, che adesso ha visto Aristomene tornare trionfatore da Pito. E grazie a lui arride prospera sorte ad Egina, l’isola famosa per gli eroi d’un tempo, per gli uomini d’ora. Ma lungo sarebbe annoverare tutte queste glorie (24-41).

Ed ora conviene invece, e Pindaro vuole, cantare Aristomene, che, vincendo in Olimpia e sull’Istmo, emulò lo zio Teogneto, olimpionica, e l’altro suo parente Clitomaco, istmionica. Onde conviene ripetere per lui le parole che il vate Anfiarao pronunciò nella seconda impresa contro Tebe: buon sangue non mente (41-57).

E segue, sebbene, a quanto pare, non si riferisca piú ad Aristomene, la profezia: che Alcmeone sarebbe piombato primo sulle mura di Tebe: che Adrasto avrebbe sorte felice