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Del principio di quest’ode ho discusso nel mio Pindaro (pag. 162 sg.). Qui espongo attenendomi alla mia interpretazione.

Per virtú della luce, dice Pindaro, riesce manifesta allo sguardo ogni bellezza dell’universo, e per mare e per terra: per virtú degli agoni brilla il valore dei prodi (1-11). Il sommo bene per gli uomini è operare bene e riscuoterne elogio: piú oltre, non si va: e tanto ha ottenuto Filacida (12-20). Ma io son venuto ad Egina, e non posso non cantare gli Eàcidi (cfr. I. XI, v. 19 sg.). Egina è celebre per essi: non deve spiacerci, oh mia Musa, il loro elogio. Gli Ètoli prestano onori divini a Tidèo e Meleagro, figli d’Enèo: Tebe a Iolao: Argo a Perseo: Sparta a Polluce: Enona, cioè Egina, agli Eacidi, che espugnarono due volte Troia: la prima, Telamone, con Eracle; la seconda, Aiace ed Achille, con Agamennone. E chi, infatti, se non Achille, uccise Cigno, Ettore, e Mènnone? Chi ferí Telefo? Ed ora gli Egineti hanno dimostrato il loro valore anche nella battaglia di Salamina (20-55). Ma subito Pindaro tronca la lode della gesta recente, ricordando che l’avvenire è incerto; e torna alle lodi di Filacida, del fratello Pitea che gli è stato maestro, e del padre Lampone.

Dalla prudenza con cui parla della vittoria di Salamina, s’induce che il pericolo persiano non fosse ancora sfumato; e