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98 LE ODI DI PINDARO



Epodo

di Foco figliuol di Psamàtia, che a luce lo diede sovressa
la spiaggia del mare.
Mi pèrito dire uno scempio che iniquo, che orribile fu:
com’essi lasciarono l’isola famosa, e qual Dèmone espulse
da Egina quei prodi guerrieri. Mi taccio. Non giova ogni detto
che mostri veridico volto:
e spesso serbare il silenzio per l’uomo è saggissimo avviso.


II


Strofe

Ma dove l’elogio si chiegga di prospero evento, di mani
gagliarde, di ferrea pugna,
un fosso profondo scavatemi qui: con leggere ginocchia
io scatto: oltre il pelago si lànciano l’aquile.
E pronte sul Pelio cantar per gli Eàcidi
le Muse, vaghissima schiera. Ed Apollo
fra loro, toccando la cetra settemplice con l’aureo plettro,


Antistrofe

guidava i molteplici balli. Ed esse, da Giove movendo,
di Tèti narrâr, di Pelèo;
e come tra frodi lo volle irretire la figlia di Crèteo,
Ippolita; e spinse con furbe parole
Acasto, suo sposo, signor dei Magnesî,
tessendo un’istoria di scaltre menzogne:
che Pèleo richiesta l’aveva d’amore nel letto d’Acasto.