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ODE 59


trionfò, non senza frode, di Enomao, che si sfracellò nella corsa, sposò Ippodamia, e ne ebbe Atreo e Tieste, onde provenne la stirpe funesta degli Atridi. Quando Pelope fu morto, lo seppellirono presso l’Alfeo; e qui si mostrava tuttora, ai tempi di Pindaro, e riscuoteva onore, il suo tumulo.

Questo il mito. Taluni particolari che a noi sembrano risibili, a Pindaro sembrano irriverenti. Ond’egli, affermando la massima che dei Numi bisogna dire soltanto le lodi, àltera la tradizione, e narra che Posidone invaghì del fanciullo vedendolo al convivio, fra i banchettanti e non fra le vivande.

Ad ogni modo, il mito di Pelope era il mito olimpio per eccellenza. Sul frontone occidentale del tempio di Giove in Olimpia era appunto rappresentata la gara fra Pelope ed Enomao. Cosí si spiega come Pindaro l’abbia scelto per solennizzare la vittoria del più gran signore del tempo suo; e come a loro volta i grammatici abbiano dato all’ode il posto d’onore nella raccolta delle poesie pindariche.

Al verso 9, l’inno, o, meglio, la concezione dell’inno, è immaginata come alcunché di plastico e ondeggiante che si avvolge intorno (άμφίβαλλεττάι) alle menti dei poeti. — Le virtù (14) sono steli fioriti, di cui si falciano le cime. — La fama (χάπις) impone una cura alla mente (20-21). — Il triplice cruccio (66) è la fame, la sete, la rupe; il tormento che segue a questo triplice cruccio (65), è la vita perenne, cioè l’eternità della pena.

Per il procedimento della fantasia e dell’arte di Pindaro è da notare che il principio dell’ode è uno svolgimento mirabile del tèma accennato già nella chiusa dell’Olimpia III (41). — Il mito di Tantalo ha palese affinità con quello di Issione, figurato nella seconda Olimpia. — E, finalmente, la scena, evidentissima sebbene abbozzata, di Pelope che scende di notte in riva al mare, sarà ripresa e svolta, con ricchezza molto maggiore, nella Olimpia VI.