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PREFAZIONE IX


pidità bisogna ripetere e ripetere ben forte che il Pindaro dei grammatici è una caricatura; che il vero Pindaro è un artista, artista sommo, e per certi riguardi il più puro arista di Grecia, musico e poeta, creatore di immagini di ritmi di melodie in un tempo in cui nessuna pastoia grammaticale aduggiava ancora il cielo di Grecia; e che perciò i criterî per intenderlo e giudicarlo debbono essere schiettamente artistici, e il positivismo filologico è incompetente.



Osserviamo innanzitutto che lo stato frammentario implica maggior difficoltà per l’opera di Pindaro che non per quella di qualsiasi altro poeta.

Pindaro, come del resto tutti i poeti lirici corali, componeva per commissione e per varie occasioni: celebrazioni di vincitori, preghiere per divinità, feste cittadine, convivî, cerimonie funebri. S’intende bene che la sua poesia doveva volta per volta adattarsi alle diverse circostanze, e perciò esigeva una diversa tempra d’elementi. Le immagini, i ricordi, le sentenze che convenivano alla esaltazione d’un trionfatore, non potevano convenire ad un banchetto, ad una lamentazione funebre, ad un coro virginale. Le fanciulle d’un partenio pindarico lo dicono espressamente:

Molte trascorse vicende
potrei ricordare, e leggiadre
farle di belle parole.
Ma questo sa Giove possente;
virginei pensieri
io debbo nutrire ed esprimerli.