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36 LE ODI DI PINDARO


sciarsi trascinare dalle illecebre degli adulatori. C’è nella sua corte una scimmia furba che carezza lui e carezza tutti, amici e nemici (109; cfr. 110 sg.); poi calunnia Tizio presso Caio, e Caio presso Tizio; e specialmente adopera le sue arti contro Pindaro. Pindaro non si cura di lui. Il calunniatore, con le sue perfidie, sprofonda, come la rete pei suoi piombi: Pindaro galleggia come sughero. Pindaro non tiene il piede in due staffe: amico per gli amici, nemico pei nemici; e un uomo simile può giovare in qualunque forma di governo. — Nel finale (116-128) c’è una frecciata contro gl’invidi che non sanno sopportare la felicità conceduta dai Numi ai piú possenti di loro, e che meglio farebbero a chinare il capo. —

Ora, chi è la scimmia? Bacchilide? Simonide? — Non sapremmo dirlo con certezza; ma ciò nulla toglie alla intelligenza del brano, molto vivace ed immaginoso. Cosi possiamo fare a meno di sapere con sicurezza assoluta chi sia l’invido al quale meglio converrebbe non calcitrare al pungolo del piú forte. Forse sarà Anassilao stesso. Però anche intorno a questo tempo Polizelo aveva fatta la sua levata di scudi (cfr. pagina 17); e l’allusione potrebbe essere diretta anche a lui. È inutile insistere troppo. Piuttosto bisognerebbe fissar bene il significato delle parole: «Ma io dell’oltraggio — il morso veemente bandisco». Il meglio mi pare sia collegarle strettamente al mito, e riferirle al fatto dal mito stesso simboleggiato. Pindaro potrebbe dir male di Anassilao; ma preferisce non farlo; e passa senz’altro all’elogio di Ierone.

Le parole: io giungo da Tebe opulenta (v. 4), non vanno prese alla lettera. Pindaro dice che invia questo canto sul mare, al pari d’una merce fenicia (90): ed è chiaro che non poteva trovarsi simultaneamente a Tebe ed a Siracusa. — L’adulazione del verso 11, che Artemide ed Ermete stesso aggioghino le puledre di Ierone, è un po’ troppo cortigianesca e di dubbio gusto. — A qual poeta s’alluda nel verso 11,