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Pindaro è ancora, nel dominio della critica, quasi un mistero. D’intorno all’opera sua si aggirano perplessi gli epigoni, e i loro giudizi si alternano appassionati e discordi, dalla esaltazione ditirambica alla negazione animosa.

Questa incertezza ha radice in una essenziale difficoltà, maggiore forse per Pindaro che per qualsiasi altra opera remota insieme per tempo e per lingua. Non parlo delle difficoltà esegetiche ed ermeneutiche, superate in gran parte, grazie alle ricerche filologiche, o, se tutt’ora insolute, non tali da contendere la visione complessiva dell’arte di Pindaro. Ma invece mancano al nostro studio elementi essenziali, alcuni senza speranza, altri con pochissima di poterli mai possedere. Come tutti sanno, gli epinicî erano musicati dallo stesso Pindaro, erano cantate corali, in cui le note avevano importanza non minore delie parole; e di questa musica non possediamo che un brevissimo frammento: erano danzati; e nessuna idea possiamo oggi formarci delie figurazioni di danza che s’intrecciavano alle parole e alle note. Sicché, dei vari elementi ordinati e calcolati pel complessivo effetto d’una esecuzione che ad ogni modo oggi non si potrebbe riprodurre, a noi non rimangono che i nudi versi. Anzi, perché questi, come vedremo, non serbano l’antico ritmo integro, ma solo un suo riverbero, possiamo dire che ci rimangono soltanto le nude parole. Si aggiunga, infine, che gli epinicî, le uniche com-