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È per Senocrate, fratello di Terone: scritta nel 490, un anno o due prima che Terone divenisse tiranno d’Agrigento. L’incarico di comporre l’epinicio ufficiale fu dato a Simonide, che allora toccava l’apogeo della fama; e questa ode pindarica era un di piú. Ed è infatti diretta, non proprio al vincitore, bensí al figliuolo suo Trasibulo, amico dilettissimo del poeta. Di Trasibulo viene qui specialmente esaltata la pietà filiale, e paragonata a quella di Antiloco che sacrificò la propria vita per salvare quella di suo padre Nestore (28-40). E certo in quei tempi torbidi avrà avuto occasione di darne prova. Ma che poi la esaltazione si debba proprio alla circostanza che Trasibulo avrebbe assunto egli stesso e non affidato ad altri il compito di guidare il carro, come è opinione di antichi e moderni commentatori, non mi par sicurissimo. Importa poco.

I canti che celebreranno questa vittoria son paragonati da Pindaro ad un tesoro — cioè ad un edificio costruito per contenere oggetti preziosi. A Delfi ce n’erano molti; e tuttora si possono ammirare gli avanzi di quello innalzato dagli Ateniesi, dai Sifni, dagli Cnidî. Questo edificio ha una facciata, volta ad Oriente, e la facciata un fastigio, che piú d’ogni altra parte accoglie e riverbera i raggi del sole (v. 15). — Il suolo delle Càriti (v. 1) è la poesia. L’umbilico, cioè il centro, della terra (v. 4) è Delfi, dove s’erano scontrate le due aquile