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PREFAZIONE XXXI


Ma questo contenuto, può interessare noi moderni? — I filologi, anche i piú spregiudicati, propendono in genere pel no.

E certo, difficilmente potremo esaltarci per essa finché andremo a cercare il suo fàscino nella esaltazione di gare che al nostro sentimento sono, o dovrebbero essere, o indifferenti, o quasi repugnanti, o nella commossa enumerazione di apoftegmi etici che la Morale Cristiana ha superati di spazio immenso. Ma se badiamo invece alla sua vera essenza, alla grandiosa e palpitante rievocazione di tutto il mondo mitico, allora non c’è bisogno di essere né ellenisti, né dotti, per intendere quell’arte divina ed entusiasmarsene. Tale fu sempre la mia opinione.

E mi parve di vederla confermata quando una mia versione dell’inno su Rodi, ispirò ad un modernissimo scrittore, Guido Milanesi, tutto un romanzo, e nei romanzo le parole forse piú caratteristiche pronunciate finora sull’arte di Pindaro. «L’incanto spirituale, il favoloso passato in dolce ritmo, l’ètere luminoso e vibrante del pensiero umano divenuto denso attraverso i secoli».

È proprio cosi: proprio in ciò risiede il fàscino supremo della poesia pindarica, vivo perennemente per ogni spirito poetico. Tutto il patrimonio mitico che l’umanità possedeva al tempo di Pindaro, e cioè tutte le vicende e tutti i pensieri degli uomini, accolti da Pindaro, non con la leggerezza del dilettante, bensí con la religione austera del pensatore, acquistano nel suo spirito nitidezza profondità e luce incomparabili.

Attraverso alle ampie ondulazioni, alla furia precipite dei suoi versi, noi vediamo trasparire, sino alle piú remote scaturigini, le arcane immagini dell’istoria nostra primeva. Nell’incanto dei suoi vocaboli, le scorgiamo, non così nitide come le parvenze reali, ma quasi piú affascinanti nella eterea vibrazione del ritmo. È come una favolosa Atlantide sepolta nei profondi gorghi dell’Oceano. Piú o meno distinte, secondo la mobilità dei flutti, traspariscono le sue architetture. Qui sorgono e si