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XXIV PREFAZIONE
un fosso profondo scavatemi qui: con leggere ginocchia
io scatto: oltre il pelago si lanciano l’aquile.

Perfino le sensazioni fisiche piú misteriose ed inesplicahili, sono da Pindaro convertite in visibili immagini di moto (O., VI, 82): l’impulso a cantare è la roteazione d’una cote sulla lingua (O., XI, 83):

Mi par che una còte sonora
la lingua m’affili, e mi spinga con gli aliti dolci del canto.

E se si vuol vedere un effetto anche piú largo, si rilegga la Nemea V, dove l’immagine iniziale è ripresa nell ultima strofa, sicché tutta l’ode riesce dominata dalla figura della Canzone, agile creatura, che ascende la prora del battello, e con l’ali dischiuse corre per tutti i mari a diffondere la notizia della vittoria, come la Nike di Samotracia, che qualche tempo dopo doveva dare tangibile realtà alla imagine grandiosa, riprendendo un motivo caro alla scultura greca, e che certo deve qui avere avuto influsso sulla fantasia di Pindaro.

E dunque, come ogni elemento è concreto, così è mobile nella fantasia di Pindaro. E l’impressione di mobilità è accresciuta dalla loro compagine, che non è mai statica, ordinata, tranquilla. Essi si muovono con rapidità vertiginosa, appaiono un momento, spariscono, riappaiono, inabissano talora come in oscurissimi gorghi che ci attirano sino al fondo arcano della vita primeva, per poi subito renderci alla vita attuale. E questa perenne mobilità, questo turbinio, è anch’esso uno dei caratteri fondamentali della poesia di Pindaro.

Veniamo ora alla musica. Qui, come ho detto, gli elementi positivi sono ben pochi. E tuttavia ci consentono anch’essi d’integrare in qualche modo la nostra visione dell’arte pindarica.