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XVIII PREFAZIONE


Sono le due assicelle d’un dittico. E, come un pittore, Pindaro sceglie dell’azione che vuole ritrarre un momento favorito, senza curarsi di spiegare al lettore ciò che avverrà in seguito. Giasone (P. IV, 241) doma i tori spiranti fiamma di Eèta, figlio del Sole:

Ed il mirabile figlio del Sol gli svelò dove il fulgido
vello reciso dal ferro di Frisso giaceva. Né ch’egli
mai quella impresa compiesse credea: ché giaceva in un bosco,
e lo tenevano stretto le orrende mascelle d’un drago
che per lunghezza e larghezza passava un naviglio che i colpi
dell’asce costrussero, che remi ha cinquanta.

E questa orrida visione spezza la scena, e il poeta passa a tutt’altro argomento.

Ma anche piú Pindaro si avvicina alla simultaneità pittorica mediante un suo atteggiamento prediletto. Un personaggio arriva improvvisamente dinanzi a una scena, e ristà. Cosi Anfitrione, che giunge correndo nella stanza dove i dragoni hanno avvinghiato il bambinello Ercole: Ercole che coglie Aiace mentre banchetta: Ercole che giunge dinanzi ai meravigliosi oleastri degl’iperborei. E sottolinea con un verbo la unicità del momento dell’azione, come sorpresa, e con un altro, sempre il medesimo, il repentino ristare del personaggio, che rimane cosi immobile dinanzi a noi, come una statua, e seco immobilizza l’azione. E un piú squisito effetto è raggiunto nella terza di queste scene. Il poeta ci mostra Ercole in viaggio verso gli Iperborei, all’estremo limite della terra. Piú oltre non c’è nulla. Qui ristà l’eroe d’improvviso. E noi vediamo la sua sagoma proiettata sull’azzurro sfondo infinito.

Caratteristica è altresí la ricchezza e minutezza dei par-