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PREFAZIONE XV

E il medesimo processo involge anche espressioni metaforiche trite e convenzionali, che certo già al tempo di Pindaro non suggerivano piú immagini concrete, rievocando con tutti i particolari le materiali azioni onde furono derivate.

Quando Pindaro dice che una lingua deve essere temprata, vede l’incudine su cui si deve compiere l’operazione. Se deve essere affilata, sarà certo affilata sopra una cote (O. VI. 82).

Ora s’intende, mi sembra, con quale spirito bisogna leggere i canti di Pindaro. Nessuna parola deve essere per noi mero suono, e sia pur dilettoso; ma ciascuna di esse deve evocare un fantasma. Non solo i numi, gli eroi, le creature mostruose e favolose; ma anche ogni astrazione ed ogni espressione, si agitano nella fantasia di Pindaro come le figure di un immenso dramma. E noi le vediamo proiettarsi nel nostro spirito, riempiendo tutto il campo della visione, lasciando poco sfondo di cielo o nessuno, senza prospettiva aerea, tutte al primo piano. È una poesia un po’ massiccia ed arcaica; ma di solidità e di evidenza incomparabili. Talvolta la parola sembra veramente marmo o metallo.

Cerchiamo ora come si modellino e compongano queste figure. E qui è necessario premettere qualche osservazione teorica.

Piú d’un artista, piegandosi sul gorgo oscuro del proprio animo, ha osservato che il primo momento della ispirazione è qualche cosa di indistinto, che balena rapidissimo nell’animo, e contiene già in potenza tutta l’opera d’arte. La critica estetica ha data la sua sanzione. E chi parla di stato musicale, chi di macchia, chi di nebulosa. E forse quest’ultima metafora è la piú felice, appunto perché piú indeterminata.

E infatti, questo primo momento sarebbe qualche cosa di