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ODE OLIMPIA II 71


così la via a descrivere la vita ultramondana degli eletti. Conclude infine asseverando che Terone si trova appunto in tale condizione, e però, ad onta delle mene degl’invidi, va famoso per giusta prodigalità. A quest’ultima affermazione giunge attraverso una immagine che converrà chiarire.

Metafora comunissima in Pindaro è immaginare che il poeta sia un arciere, i suoi canti frecce, mèta la persona o la cosa esaltata nel canto. Or qui asserisce d’aver frecce a gran dovizia: chiede poi a sé stesso, ed è domanda retorica, riecheggiante con effetto musicale la domanda che apre l’epinicio, chi debba colpire; e afferma che deve colpire Agrigento e Terone: Terone che largì alle genti tanti benefizi quante arene ha il mare. Cosi termina l’ode.

Questa linea, semplice in complesso e nitida, si insinua qua e là in digressioni. Talune ovvie e inerenti all’andamento generale, come la pittura dei Beati. Altre più capricciose e remote. Così quando parla dei personaggi che si trovano nell’isole dei Beati, giunto ad Achille, ricorda i suoi cimenti con Ettore, con Cigno e con Mènnone — e subito, con atteggiamento consueto, interrompe, per tornare al suo argomento.— L’altra digressione, più lunga, e di meno agevole intelligenza, è il celebre apoftegma:


Saggio è chi molto sa per natura;
ma quanti appresero
alla rinfusa, garruli corvi, gracchiano invano
contro l’augello di Zeus divino.


In genere, s’intende che sia un’allusione ai poeti suoi rivali Simonide e Bacchilide. Come c’entri nei contesto, si vede poco; ma, d’altra parte, non sarebbe questa l’unica volta che Pindaro parla in un epinicio di sue questioni personali, con allusioni che oramai è impossibile intendere sicuramente.