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Pagina:Nuovi poemetti.djvu/224

208 pietole

sorgere al sole; ancor dovea d’un muro
cingere, Roma, i sette colli, il Lazio,
l’Italia, l’Alpi, i mari ed i deserti,
tutte le genti e l’orbe intiero, a sè.


xiii


205Ma il contadino legge sempre al vento
le rauche carte, e lungo sè non vede
Virgilio, a cui fremon le messi, e i pioppi
paion falciare mollemente in aria.
Ed egli parla, non inteso all’uomo
210suo paesano; l’odono le miti
giovenche intorno e i fervidi polledri.
O forse l’uomo udir non può, chè sopra
ora gli ronza più che prima, d’api
tornate ai fiori, la pasciuta siepe;
215e d’ogni pioppo ora risuona il canto
d’un rusignolo; il dolce e triste canto
ch’e’ fa notturno, e che somiglia al pianto.
E il migratore cómpita presago
a campi e nubi le sue voci strane;
220e quatte quatte nelle placide acque
strepono or qua, le vecchie rane, or là.


xiv


Dice Virgilio: “Oh! troppo fortunati
agricoltori, cui la madre terra