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novella xiii. 251

di più gli diede nuove testimonianze della fiducia che avea in lui; e chiamatolo un dì a sè in segreto, gli disse: Io voglio oggimai confessarti la mia debolezza: ho in odio Meemet, e temo del fatto suo: costui, della schiatta degli Alidi, a mio dispetto dimora in Bagdad: assolutamente conviene che io mi liberi di lui.

Il favorito volle far intendere al suo padrone, che uomo tale, senza autorità, privo di amici, senza credito veruno, era più degno di compassione, che d’altro. Sia come si vuole, ripigliò il Califfo, egli vive, ed io non ho nè bene, nè pace: debbo sagrificar lui per essere sicuro. Non si dee però farlo morire pubblicamente; la sua morte in tal modo desterebbe la compassione generale verso di lui. Tutta la mia fede è posta in te; liberami di lui. Egli è qui: lo do a te nelle mani: pensa che la quiete del tuo signore è in te; ma così segnalato servigio non dee essere senza ricompensa. Ti do in dono quella schiava che fu jersera a cena teco e che parve darti nel genio, ed a cotesto beneficio aggiungo ventimila dramme d’oro.

Jacub benissimo intendendo che non dovea fare altra risposta, non parlò più d’altro, che della sua gratitudine. Ordinò il Califfo che incontanente gli fosse consegnata la schiava, la vittima che gli avea affidata ed il prezzo di quel sangue che dovea spargere. Jacub impacciato vie più di quello che avesse a fare di Meemet, di quello che fosse contento del possedere così bella schiava, condusse l’uno e l’altra al suo palagio, dove erano appena entrati, cha Meemet, accortosi del disegno del Califfo, si gittò ai piedi di colui che credea dover essere il suo carnefice. Non crediate mai, gli disse Jacub, che il mio signore voglia la vostra morte, e molto meno ch’egli abbia potuto fare scelta della persona mia per un misfatto di tal sorta; ma egli è pure necessità che le vostre pretensioni lo tengano in timore. Perciò voi mi giurerete pel capo del Profeta nostro e per quello del venerando Alì, da cui la famiglia vostra