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novella lxiii. 111

schizzarglielo addosso, se l’altro servo non gli toglieva lo strumento di mano. Fu però vero che l’infermo, al solo aspetto del rimedio, balzò fuori del letto con una gagliardia, che parve un lottatore, e balzò fuori di camera come un cavriuolo.

LXIII.


Il Giovane malpratico del mondo.


Ci sono alcune arti nel mondo, alle quali l’uomo lega tanto il suo cervello, che appena può badare ad altro; ma sopra tutte tali sono la poesia e la pittura. Io non so chi abbia mai veduti poeti a comporre, o pittori a dipingere, e siasi tenuto dal ridere. I primi si mettono a sedere, e di là ad un piccolo tempo balzano su come chi appiccasse loro il fuoco dietro; ora guardano alto e ora basso, con gli occhi stralunati, e fanno un viso che Dio ne guardi ognuno, e talvolta hanno sì benigno aspetto, che diresti che facessero conversazione con le Grazie; poi si rodono un’ugna e battono un piede in terra, e finalmente scrivono due righe e rifanno gli atti di prima. I pittori anch’essi quando hanno quel benedetto pennello in mano o sono davanti ad una tela, chi può dire i visi che fanno? ora spingono le labbra in fuori, che è, che non è, aggrottano le ciglia, poi le spiegano; ora pende loro il capo sull’una spalla, ora sull’altra, o si tirano indietro o si fanno avanti, per modo che l’arte loro pare una scuola di atteggiamenti, piuttosto che di altro. Questo avviene perchè la fantasia, obbligatasi ad una cosa sola e in essa riscaldata, gli tira quasi fuori di loro, e non si ricordano per lo più di quella compostezza che dee avere il corpo, il quale seconda i movimenti di dentro per lo più sempre gagliardi e non dissimili da quelli degl’invasti. E avviene ancora, che i più provetti in tali arti poco s’intendono delle cose del mondo e sembrano uomini venuti da lontanissimi paesi. Un caso avvenuto pochi giorni fa ad un no-