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formò parecchi giorni il trattenimento de’ crocchi e delle veglie.

Erano allora moltissimi in Milano i gentiluomini, che, avendo per le politiche vicende perduta l’occasione d’uccidere i nemici della nazione, esercitavano i rimasugli del valore italiano con quelle vendette che la religione proibisce e l’onore comanda, mettendosi al caso d’accoppare o di farsaccoppare secondo le ragioni di un’arte, la quale (o m’inganno) non è la migliore che gl’Italiani insegnassero agli stranieri. Costoro dunque, contentissimi di trovare un caso sul quale sfoggiare le teoriche loro, si divertirono di rimbobolare il fatto del bosco d’Imbevera colle circostanze che meglio tornavano al proposito per farlo credere un vero e formale duello, contando per filo e per segno tutti i mandritti, i riversi, le parate, e via via come fossero stati presenti, sebben ognuno li narrasse diversamente; accordandosi poi tutti (e l’esito lo faceva chiarissimo) a renderne onore a don Alessandro. Il quale per tal guisa andò, così giovane, colmo di gloria, giacchè è gloria, come s’è avvisato di sopra, ammazzare uno secondo le forme. E Cesare Trombone, quel famigerato maestro d’armi che ognun sa, e che ancora aspetta una statua dai moderni spadaccini milanesi, predissegli che diverrebbe uno dei più famosi matadori. Ma come altre profezie di benevoli e di malevoli, così questa non tolse che il Sirtori conservasse cuor sincero e benevolo, rettitudine di anima, ingenuità di carattere.

Quando si vide che e’ non riusciva nulla meglio che un galantuomo, a malgrado di quella prima impresa rientrò nell’oscurità, e più non andò per le