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Qui mischie e casi che diedero argomento ad un poema; e la fine si fu che i Vicentini riuscirono a prendere il carroccio della nemica.
Chi di voi non sa che il perdere il carroccio era la maggiore sventura che a quelle repubblichette potesse incontrare? Federico II potè torlo a noi Milanesi nella battaglia di Cortenova, e, dopo menatolo in trionfo per tutta Italia tratto da un elefante, il fece collocare nientemeno che in Campidoglio a Roma, dove ancora sussiste la lapide, che rammenta non tanto la sua vittoria quanto la sua paura.
I Padovani dunque raddoppiarono di valore per recuperare quel pegno, ma non poterono impedire che i nemici (nemici italiani, pur troppo) se ne portassero via una ruota. Questo trofeo equivalse alla secchia dei Modenesi.
Vinceano i nostri; su grand’ale pronte
Fama intorno volò di quella gloria
Dal mar d’Atlante alla foce d’Oronte,
E la Ruota, del fatto alta memoria,
Parlante insegna del bergeo valore,
Il carro precedea della vittoria,
Quando, tra i plausi e’l popolar clamore,
A Vicenza tornava festeggiante
Il nobile drappello vincitore:
E fu tanta la gioja in quell’istante,
Vista la fine del lungo cordoglio,
Del Betrone soave-mormorante,
Che tal non era il gaudio e’l fiero orgoglio
Del Tebro allor che i barbari sconfitti
Trasse Cesare o Scipio in Campidoglio.
E qual Roma solea tener iscritti
In bianca pietra i fortunati eventi,
Ed in nera segnare i giorni afflitti;
Così, futura memoria alle genti,
Volle pur Berga che da noi si mostro
La Ruota ogni anno fra lieti concenti.