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Bizzarro è pure in Valtellina il costume che, all’Epifania, chi primo fra i conoscenti pronunzia una certa parola, guadagna un donativo. Questa parola è Gabinat; e che cosa voglia dirsi lasciamolo indovinare a quelli che cercano qualcos’altro che il giuoco in quegli avanzi di canzoni che ora han perduto ogni senso. Alcuni lo interpretano Rabi è nato: io ho creduto scorgervi le radici tedesche di notte del regalo (Gabe e Nacht); stiracchiatura forse non migliore di quell’altra. Fatto sta che, dai primi vespri fino agli altri dell’Epifania, tu non senti quasi altro che questa parola sonare sulle bocche; ognun che s’incontra la ripete; chi t’entra in casa te la grida; stai pregando in chiesa, e te la susurrano all’orecchio; sei coricato, ed essa ti sveglia di soprassalto; e le burle che accadono, e le malizie, e il travestirsi per sorprendere altri, e il correre di terra in terra, destano tutto quel di un giulivo tumulto, che somiglia al folleggiare. Segue il goder delle scommesse e dei regali, somiglianti alla calza che, il giorno stesso a Roma si riceve dalla finestra1.

Dalla festa dei pazzi, della quale trattarono estesamente il Tillot e l’Allegranza, differisce la festa dei matti o il carnevale delle vallate, che celebravasi fra quei di Bormio, borgata all’estremo della Valtellina. All’entrare del carnevale, la Compagnia dei Matti, composta de’ più solazzevoli popolani, radunavasi nel palazzo della ragione ad eleggersi un re, tolto fra’ più spenderecci del paese. Il quale, sottovestito di bianco, succinto d’una fusciacca di broccato d’oro, sulle spalle un manto di porpora, allato

  1. Così in tutta la Russia a Pasqua si grida Cristo voskress.