Pagina:Novelle lombarde.djvu/117


109

ci nereggiava il promontorio di Bellagio, che fendo in due il lago; e fra’ naviganti s’era messo discorso sul padrone del palazzo di colassù.

— Ma la gente che vi abitò (diceva un vecchio) non fu sempre così buona come il signor conte d’adesso; non è vero, signor curato?

— Eh! pur troppo (replicò il sacerdote) ne raccontano di strane: ma la misericordia del Signore è grande, ed avrà perdonato anche a coloro».

Non era io tale da accontentarmi d’un cenno fugace, e lo pregai volesse dirmene alcuna cosa. Ci eramo seduti; gli altri naviganti porgevano orecchio, e i rematori anch’essi, pur battendo la voga; onde il piovano, con quel fare da bene che va si a proposito ai sacerdoti del Dio dell’amore, incominciava:


— Chi, trecent’anni fa, avesse veduto il promontorio di Bellagio, ne avrebbe trovato eguale il riso della natura, non così l’opere dell’arte. La selva di tassi e d’abeti nereggiava anche allora, ma novella; e tra essa discernevasi una cinta di mura, scaccata da merli, traforate da feritoje, che spesso aveano lanciata la morte alle scialuppe scorrenti il lago, singolarmente al tempo delle guerre di Gian Giacomo Medeghino, castellano di Musso. La qual cinta chiudeva d’ogni parte il castellotto che ancora vi sta, eretto da Marchesino Stanga, creato dagli Sforza, signori di Milano; castellotto già di sì bell’agio che venivano ad alloggiarvi e duchi e re. Là presso vedovasi, e ancor si vede, un rozzo campanile, sotto al quale erano la chiesuola ed il convento dei Cappuccini. — Singolare contrapposto delle idee di pace