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tesoro delle fave, ecc. 33

mie dottrine benevoli e filosofiche in qualche luogo più conveniente alla discussione.

Lasso! dicevami, se monsignor Tesoro delle Fave, la cui riputazione è sì grande e così accreditata nel paese, volesse contribuire da parte sua alla buona riuscita del mio disegno di riforma, se ne avrebbe ora una bella occasione; garantisco io che ciò non gli costerà che uno dei quartucci di buone fave che porta appeso al suo bastone per allettare una vera table d’hóte di lupi, di lupe e di lupicini alla vita granivora e per salvare delle innumerevoli generazioni di caprette e di capretti, di caprettini e di caprettine.

— È l’ultimo de’ miei quartucci, pensò Tesoro delle Fave, ma che n’ho io a fare dei balocchi, dei rubini e delle trottole? e che ò mai un piacere infantile in confronto di una buona azione?

— Ecco il tuo quartuccio di fave! gridò egli staccando dalla cima del bastone l’ultimo quartuccio che sua madre avevagli dato pe’ suoi minuti piaceri, ma senza chiudere il suo bidente. E il resto del mio patrimonio, aggiunse, ma non provo rammarico a privarmene; anzi ti sarò riconoscente, amico lupo, se ne farai il buon uso che mi hai detto.

Il lupo vi ficcò dentro i suoi artigli e lo portò d’un tratto verso la sua tana.

— Oh come partite in fretta replicò Tesoro delle Fave. Potrei chiedervi messer lupo se sono lontano dalla città dove mia madre mi mandò?

— Tu ci sei da gran tempo, rispose il lupo, ridendo e tu vi resterai ben mille anni senza veder altro che quel che hai visto.

Allora Tesoro delle Fave si rimise in cammino alleggerito de’ suoi tre quartucci di fave e cercando sempre nello sguardo le mura della città che non si mostravano mai, e già cominciava a cedere alla stanchezza e alla noja, quando delle grida acute che partivano da un piccolo sentiero remoto, risvegliarono la sua attenzione. Egli accorse al rumore.

— Che c'è? disse colla sua arma in mano, e chi abbisogna di soccorso? parlate, poiché non vi vedo.

— Son io, signor Tesoro delle Fave, rispose una vocina dolcissima, è Fior de’ Piselli che vi prega di liberarla dall’imbarazzo in cui si trova; non c’è che di volere, senza che v’abbia a costare.

— Eh veramente, signora, io non uso badar quanto mi costerà il far piacere. Potete disporre di tutto quello che ho del mio, eccetto i tre quartucci di fave che porto appesi al mio bastone, perchè non appartengono a me, ma a mia madre e a mio padre e ho dato or ora i miei a un