Apri il menu principale

Pagina:Nietzsche - La volontà di potenza, 1922.djvu/94


I - 96 - guidate da principi! di umanità e di giustizia? Si rimprovera forso a Tucidide il discorso che egli mise in bocca agli amljasciatori Ate- niesi quando trattarono coi Milesii intorno alla distruzione o alla sottomissione? Parlare di virtù in mezzo a questa terribile tensione non sarebbe slato possibile che a dei perfetti Tartufi, oppure a degli esseri isolati e appartati, a eremiti, fuggiaschi ed emigranti fuori dei limiti della realtà... tutta gente che negò per poter essa stessa vivere. I sofisti erano Greci : quando Socrate e Platone presero il partito della virti!i e della giustizia, furono Ebrei o qualcosa di simile. La tattica seguita da Goethe per difendere i Sofisti è falsa : egli vuole elevarli al grado della gente dabbene e dei moralisti — ma il loro onore consisteva appunto nel non ingannare coi paroloni, colle virtù... 184. Fino a che punto la dialettica e la fede nella ragione si appog- gino sui pregiudizi morali. Per Platone noi, essendo stati un tempo gli abitatori di un mondo intelligibile del bone, possediamo ancora un legato di quel tempo: la divina dialettica, che procede dal bene e guida a tutto il bene ( — quindi allo stesso tempo " indietro » — ). Anche Descartes ebbe un po' l'idea che in una concezione fondamentalmente cristiano-mo- rale, che crede in un buon Dio creatore delle cose, la veridicità, di Dio sola ci garantisce i nostri giudizi dei sensi. Fuori di una sanzione o garanzia religiosa dei nostri sensi e della nostra ra- gionevolezza, in che modo potremmo avere un diritto di fiducia nel- l'esistenza? Che il pensiero sia una misura della realtà, — che ciò che non può essere pensato, non è — è una madornalità non plus ultra di una fiduciosa beatitudine morale (che si basa su un principio essen- ziale di verità, in fondo alle cose) ed è in sè una pazza affermazione, contraddetta ogni momento dalla nostra esperienza. Noi non pos- siamo anzi proprio pensar nulla, in quanto è... 185. La profonda ragione in ogni educazione morale è stata sempre la volontà di realizzare la c e r t e z z a di un istinto: di modo che nè le buone intenzioni, nè i buoni mezzi ebbero bisogno di pe- netrare, come tali, nella coscienza. -