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Pagina:Nietzsche - La volontà di potenza, 1922.djvu/41


3 — le possibili ipotesi. Noi negliiamo le mete finali: se l'esistenza avesse una meta, questa meta sarebbe raggiunta. Si capisce che qui si tende a qualcosa che è un contrapposto del panteismo: poiché l'affermazione che «tutto è perfetto, divino, e- terno » obbliga ugualmente ad una fede neir« eterno ritorno». Domanda: questa posizione affermativa e panteista verso tutte le cose è anch'essa sorpassata con la morale? In fondo è stato sorpassato soltanto il Dio morale. Ha un senso l'immaginarsi un Dio « al di là del bene e del male? » Sarebbe possibile un pantei- smo in questo senso? Sopprimiamo l'idea della meta 'al processo e affermiamo, malgrado ciò, il processo? Sarebbe questo il caso se, nel corso di quel processo si raggiungesse qualcosa — e sempre la stessa cosa. Spinoza raggiunse una simile posizione affer- mativa, per il fatto che ogni momento ha una necessità logica; ed egli trionfò di una simile conformazione del mondo col suo istinto logico fondamentale. Ma il caso di Spinoza è solo un caso partico- lare. Ogni carattere fondamentale, che forma la base di tutti i fatti, che si esprime in ogni fatto, quando fosse consi- derato da un individuo come il s u o proprio carattere fondamentale, dovrebbe spingere questo individuo ad approvare trionfalmente ogni momento dell'esistenza universale. L'essenziale sarebbe che questo carattere fondamentale producesse piacere, venisse riconosciuto qua- le buono e prezioso. Ora la morale ha protetto la vita contro la disperazione e il salto noi nulla in quegli uomini e in quelle classi che erano con la violenza oppresse da altri uomini; poiché l'impotenza di fronte agli uomini, non l'impotenza di fronte alla natura produce l'ama- rezza più disperata della vita. La morale ha considerato i potenti, i violenti, i « padroni » in somma generale come nemici, contro di CUI l'uomo comune doveva essere protetto, cioè anzi tutto inco- raggiato e rinvigorito. La morale dunque ha insegnato a odiare e a disprezzare nel modo più intenso quello che forma il tratto fondamentale del carattere dei dominatori: la loro volontà di potere. Sopprimere, negare, scomporre questa morale, sarebbe considerare l'istinto più odiato con un sentimento e con una valutazione opposta. Se l'oppresso, colui che soffre, per- desse la credenza di aver diritto a disprezzare la volontà di potere, entrerebbe nello stato della più completa disperazione. Acca- drebbe veramente cosi se questo tratto fosse essenziale alla vita, e se si potesse dimostrare che in quella volontà morale -è soltanto dis-