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la misura e la dismisura 45


coscritto, il suono estatico dei festeggiatori di Dioniso, e con quale strepito, fino al grido lacerante, dovè traboccarvi tuttala smisuratezza della natura in gioia e dolore e conoscenza; immaginiamo che cosa potesse significare, davanti a cotesta cantata demoniaca di un popolo in tripudio, la salmodia dell’artista di Apollo, esalta tra i sospiri dell’arpa! Le muse dell’arte dell’«apparenza» impallidirono davanti a un arte che nella sua ebbrezza diceva la verità: in faccia ai sereni celiceli dell’Olimpo la saggezza di Sileno gridò guai! guai! L’individuo adesso, con tutti i suoi limiti e misure, si sommerse nell’oblio di sé stesso, proprio dello stato dionisiaco, e dimenticò i precetti di Apollo. La dismisura si palliò come verità; la contraddizione, la voluttà sbocciata dal dolore, trovò da sé il suo linguaggio sgorgando dal cuore della natura. E cosi, da per tutto dove penetrò il senso dionisiaco, l’apollineo fu soppiantato e annientato. Ma è altrettanto certo, che dove il primo assalto fu sostenuto, l’autorità e la maestà del dio delfico si mostrarono più rigide e minacciose che mai. Io non potrei spiegarmi altrimenti lo stato dorico e l’arte dorica, che come una fortezza avanzata del pensiero apollineo: un’arte cosi fieramente cruda, circondata di bastioni, un’educazione cosi guerriera e aspra, una costituzione statale cosi feroce e disumana non è ammissibile che durasse a lungo, se non come una resistenza pertinace all’essenza titano-barbarica dell’impulso dionisiaco.