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42 capitolo quarto


zione per virtù del mondo della fantasia, tanto più mi sento confermato nell’idea metafìsica, che il vero ente, che l’uno primigenio, come eterno sofferente e pieno di contraddizioni, ha insiememente bisogno, per la sua continua liberazione, della visione affascinante, della gaudiosa apparenza. Apparenza che noi, completamente presi in lei e in niente altro consistenti che in lei, siamo costretti a sentire come il vero non essere, ossia come il continuo divenire nel tempo, nello spazio e nella causalità, o, in altre parole, come realtà empirica. Se dunque astraiamo per un istante dalla nostra propria «realtà» e intendiamo la nostra esistenza empirica, e il mondo in generale, come una rappresentazione prodotta ogni momento dall’uno primigenio, ecco che il sogno deve avere per noi il valore di un’apparenza dell’apparenza, di un fenomeno del fenomeno, e, insieme, il valore di un appagamento anche più alto, dato alla brama originaria dell’apparenza. Questa stessa è la ragione per che l’intima essenza della natura gode un piacere indescrivibile davanti all’artista ingenuo e all’opera d’arte ingenua, che è parimente non altro che «apparenza di apparenza». Raffaello, che è egli stesso uno di quegl’» ingenui» immortali, ci ha rappresentato in un dipinto allegorico cotesta depotenziazione dell’apparenza dell’apparenza, ossia il processo originario dell’artista ingenuo e, insieme, della cultura apollinea. Nella Trasfigurazione la metà inferiore del quadro col ragazzo ossesso, con gli uomini disperati che lo