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l'occhio sereno 25


deve mancare quella tenera ombreggiatura, che l’immagine sognata non può oltrepassare senza avere effetto patologico; altrimenti l’apparenza c’ingannerebbe come una realtà grossolana: dico quel senso adeguato del limite, quell’immunità dalle commozioni sfrenate, quella sapiente pacatezza del dio delle forme. L’occhio di lui, conformemente all’origine, dev’essere «sereno come il sole»; anche quando si adira e guarda accipigliato, splende intorno a lui la sautità del bel sembiante. Perciò in un senso analogico potrebbe ripetersi di Apollo ciò che lo Schopenhauer dice dell’uomo preso nel velo di Maia (Il mondo come volontà e rappresentazione, I, S. 146): «Come sul mare in tempesta che, senza confini da nessuna parte, solleva ululando e sprofonda montagne d’acqua, il marinaio se ne sta nel suo battello, e confida nel fragile schifo che lo porta, cosi sta tranquillo in mezzo ad un mondo di dolore e tormento l’uomo singolo, fondando e fidando sul principium individuationis». Certo, bisogna dire, che la fiducia imperturbabile in quel principium e la tranquillità di chi vi si fonda, hanno avuto in Apollo l’espressione sovrana; e anzi bisogna riconoscere il superbo prototipo divino del principium individuationis appunto in Apollo, di cui i gesti e gli sguardi ci comunicano tutto il piacere e la saggezza dell’«apparenza» in uno con la sua bellezza.

Nello stesso luogo lo Schopenhauer ci ha descritto il mostruoso orrore da cui l’uomo è assalito, quando è staccato via di botto dalle abi-